Full immersion nella natura

Nell’angolo più arcaico e remoto della Calabria settentrionale, stretto tra maestose montagne e il “mare purpureo” di Omero, si dipana un territorio straordinariamente identitario e di grande fascino, dove è possibile vivere avventure sorprendenti.


Parcheggiare l’auto ed entrare in un’altra dimensione è il piccolo pegno da pagare per seguire unicamente il ritmo della natura… camminando. Con il passo giusto di chi sa prendersela calma e apprezzare i dettagli, l’Alto Jonio Cosentino ci offre un terreno dove operare ampio e vario: ambienti ed ecosistemi diversi che, scoperti rispettosamente e in armonia con il verde che li caratterizza, ci permetteranno di riscontrare quegli equilibri naturali che la natura intreccia indissolubilmente con l’uomo.

Ciak si gira: un incontro con il cinema

Escursionismo, trekking e vie ferrate sono solo alcune delle infinite opportunità che l’Alto Jonio Cosentino offre agli amanti dell’outdoor .

Vi è un tratto di costa che, salendo a nord della foce del Raganello, appare diverso da ogni altro. Il paesaggio è scandito dagli alvei ghiaiosi delle fiumare e dalle colline che preludono alle montagne dell’interno, entrambi tappezzati di pini d’Aleppo, conifera delle bassure non presente altrove in Calabria e che in questa zona scende spesso sino al mare, e dagli oleandri che d’estate spiccano con i loro fiori in vere e proprie colate di un lilla acceso. Sui monti occhieggiano nel verde dei boschi le chiazze candide di borghi in bilico tra l’orientale distesa infinita dello Jonio e l’occidentale groviglio di monti e valli che impressionano per il loro carattere alpestre. Vivono, in questi paesi, gli epigoni di una civiltà agro-silvo-pastorale antichissima. “I dimenticati” dell’omonimo lungometraggio che Vittorio De Seta girò per la RAI nel 1959 ad Alessandria del Carretto, comune posto a 1000 metri di quota su un fianco del Monte Sparviere, all’epoca non ancora raggiungibile per mezzo di una strada a fondo naturale. Il film di De Seta (la troupe ed il regista si sobbarcarono ore di cammino a piedi o a dorso di mulo per raggiungere il paese) ritrae un’arcaica e povera popolazione di contadini e pastori, sperduta tra i monti orientali dell’odierno Parco Nazionale del Pollino, autarchica e tagliata fuori dal progresso. Eppure quella popolazione era una vera e propria comunità, dove gli uomini e la terra erano parti di un unico mondo di eguali.

Trekker ante litteram

L’Alto Jonio Cosentino, per quanto tagliato fuori dalle normali vie di comunicazione (l’antica Via Popilia passava molto più all’interno, tra il Massiccio del Pollino e quello dell’Orsomarso, valicando a Campotenese, dove oggi corre l’autostrada Salerno-Reggio Calabria), ebbe qualche avventuroso amante del viaggio a piedi nelle terre incontaminate del Sud. Ci fu chi passò per la costa, come lo scrittore britannico Richard Keppel Craven, che vi giunse nel 1821, chi invece preferì le vie dell’interno, come l’editore fiorentino Giuseppe Orioli (noto soprattutto per aver dato alle stampe per primo, in inglese, “L’amante di Lady Chatterley” di D.H. Lawrence, che in Inghilterra nessuno aveva voluto pubblicare giudicandolo scandaloso), il quale in compagnia di un manipolo di “trekker ante litteram”, tra cui lo scrittore britannico Norman Douglas, traversò nel 1929 queste montagne da San Paolo Albanese, in Basilicata, sino a Trebisacce, in Alto Jonio Cosentino, lasciando una vivida descrizione di quella camminata:

“Dopo un po ’ arrivammo al confine tra la Basilicata e la Calabria. Camminammo in salita per quasi tutto il percorso e ci trovammo sulla montagna innevata chiamata Cappello di San Paolo, da dove si coglie un panorama incantevole. Poi incominciammo a discendere attraverso un bosco. Cominciò a piovere, e anche forte. Camminammo per parecchie miglia sotto la pioggia e ci bagnammo completamente, malgrado i nostri mantelli. Il peggio era che questa parte del sentiero altro non era che il letto di un piccolo torrente pieno di fango e pietre. A un certo punto, in lontananza, scorgemmo Albidona, situata sulla sommità di una collina, e ci sembrò che fosse a cinquanta miglia. Un bianco punto all’orizzonte. Il cammino fino a Trebisacce fu lungo ma molto piacevole, in discesa, con il mare sempre di fronte. La temperatura aumentava di minuto in minuto. A volte camminavamo per la nuova, ma ancora incompleta strada, a volte prendevamo delle scorciatoie, camminando sotto l’ombra dei pini d’Aleppo, che emanano una forte fragranza nelle giornate di sole.”

 

Il paradiso dell’outdoor

Come De Seta e la sua troupe, come Orioli e i suoi compagni, turisti consapevoli e viaggiatori intrepidi oggi stanno imparando a scoprire e apprezzare il territorio unico dell’Alto Jonio Cosentino. Non solo per la sua costa splendida, ma anche per il “mondo perduto” – e ritrovato – delle montagne dell’interno, in parte ricadenti nel territorio del Parco Nazionale del Pollino. Una rete infinita di sentieri, mulattiere, tratturi, stradine collega la costa alle montagne e queste con altre montagne più interne. Da quota zero sino ai 1715 metri del Monte Sparviere. Se solo i più dotati ed esperti possono immaginare una lunga traversata, con pernottamenti sotto il cielo stellato, come fece Francesco Giorgio, negli anni Ottanta, dalla foce del torrente Saraceno sino alla cima della Serra Dolcedorme, traendo da questa esperienza uno dei primi libri sul Pollino, tutti, con un po’ di buona volontà, possono compiere le loro piccole avventure a piedi per i sentieri dell’Alto Jonio Cosentino. Greti delle fiumare, colline tappezzate di macchia mediterranea, gole fluviali e canyon, montagne ammantate di faggi, querce, pini ed abeti, “timpe” di roccia che s’impennano verso il cielo con forme surreali, sono la palestra naturale dove girovagare estasiati, percepire odori inebrianti e sapori autentici, osservare ciò di cui la nostra controllata, sicura e artefatta vita cittadina ci ha da tempo espropriati, ma soprattutto ritrovarci al cospetto della bellezza, una bellezza primordiale, come sospesa nel tempo da un incantesimo. Accanto alle passeggiate e alle escursioni, si possono anche intraprendere avventurosi percorsi in gole e canyon profondamente incassati, finemente levigati, serpeggianti per chilometri tra altissime pareti. Oppure immergersi in veri e propri eden subacquei che riservano meraviglie di ogni genere, per appagarsi degli affascinanti fondali del mare nostrum, scoprire le distese di Posidonia oceanica e il delicato ecosistema costiero. Neofiti, spericolati, allenati, sotto tono, indiscutibilmente scarsi: chiunque può cimentarsi sulle due ruote, sufficienti per pedalare con la mountain bike lungo chilometri e chilometri di strade, mulattiere e sentieri immersi in una natura spesso ancora incontaminata.

Le secche di amendolara

Poco al largo di Amedolara sorge una secca che leggenda vuole si sia formata sulla grande flotta affondata da una tempesta nel 379 a.C., del Tiranno di Siracusa Dionigi il Vecchio, accorso per assediare la colonia greca di Thurio sorta sulle rovine di Sybaris. Variegata e preziosa la fauna e la flora che popolano l’area, che si trova a circa 12 miglia da Amendolara Marina ed ha una profondità di soli 20 metri. Di notevole estensione, probabilmente corrisponde ai resti di un’antica isola, scomparsa per erosione. Il tutto è dimostrato da alcune carte antiche (XVII-XVIII secolo) che parlano di un isolotto, detto “Monte Sardo”. Una leggenda e alcuni studi recenti vogliono che il lembo di terra sprofondato fosse l’Isola di Ogigia, ove la ninfa Calipso tenne prigioniero Ulisse. Approfondisci

Jonio underground

Nel comprensorio di Cerchiara si registrano orridi, voragini e grotte di origine carsica, in particolare l’Abisso del Bifurto che con i suoi 683 metri di profondità rappresenta una delle cavità più profonde al mondo. Accessibili solo a speleologi esperti sono anche la grotta di Serra del Gufo, la grotta di Damale, la grotta Panno Bianco, la grotta delle Balze di Cristo e l’antro degli Elfi. Di notevole interesse geologico sono anche le gole fluviali, capaci di regalare spericolate e discese di torrentismo, come il Caldanello a Cerchiara e il Raganello a valle dell’abitato di San Lorenzo Bellizzi. Il tratto superiore del Raganello dà vita a un altrettanto suggestivo canyon, la Gola di Barile, sulla quale incombe l’imponente parete rocciosa della Timpa di San Lorenzo (800 metri di strapiombo).

La grotta delle ninfe

Dalla Grotta delle Ninfe sgorga un’antica fonte di acqua sulfurea che forma fanghi terapeutici e che sfocia oggi in una piscina termale (30°C). In questa grotta la leggenda ambienta gli incontri d’amore della mitica dea Calipso. Approfondisci

A fil di cielo

Lungo l’impressionante canyon del Caldanello che lambisce Cerchiara, è stata realizzata una breve via ferrata che dall’alto di un colle a picco sulle gole scende sino al greto, le attraversa e risale sino a un’aerea cengia che attraversa diagonalmente la parete rocciosa, sull’altro versante. Nel rientrare si può uscire dalle gole risalendo il greto del torrente per qualche centinaio di metri e prendere un comodo sentiero che riporta facilmente al punto di partenza. La ferrata è riservata ai soli escursionisti esperti e debitamente attrezzati, i meno esperti devo affidarsi alla professionalità delle guide del Parco Nazionale del Pollino. Approfondisci